giovedì 3 novembre 2011

236: nella testa ho un campanello


aspettare tutta la mattina che arrivi, e poi non arrivi. mi sono messa una maglietta troppo pesante per il sole delle quattro del pomeriggio di oggi, mi sono accorta di sapere a memoria il percorso dalla stazione alla facoltà. quando calpesto le foglie gialle del viale del pionta non mi chiedo mai se sotto i miei piedi ci siano siringhe o merli, penso solo ai tuoi occhi in mezzo agli alberi, ogni tanto mi immagino che salterai fuori. ogni tanto vorrei fare come giovanni lindo ferretti, chiederti: miii aaaamiiii?, ma evitiamo. ogni tanto di sera torno a prendere la macchina, le luci sono spente, io ho paura. ho paura spesso e volentieri e spesso e volentieri sento la tua mancanza e certe volte, quando va proprio male, mi sento la cosa meno importante di tutte e in biblioteca sbaglio a compilare la collocazione dei libri e le persone mi prendono in giro e sussulto se luca mi tocca la spalla per dire ciao mi sembra che tutti mi guardino sento freddo sul treno. ogni tanto mi fa ancora male il ginocchio e a volte mi sento sola, mi viene in mente guardando un preciso pezzetto di cielo o l'angolo di un palazzo che nessuno sta pensando a me in quel momento. oggi camminavo per corso italia cantando ad alta voce l'italiana in algeri, mi veniva da piangere, e anche dopo, ma non ho pianto. 

martedì 1 novembre 2011

235: abcdefghilmno


la notte ha delle braccia lunghe come alberi che non allungano le tue braccia che ogni notte sono più lontane - come il soffio sulle candele che libera l'ossigeno, come la voce interrotta dalla tecnologia, come i singhiozzi delle confessioni, come quando mi manchi nei polsi e nel ginocchio che mi fa male: pazienza. pavlov sarebbe fiero del mio volerti bene fatto di riflessi condizionati, forse un giorno sarò un cane e tu sarai la mia coda, voglio segnare sul quaderno blu tutti i rumori che mi portano a te - la porta che si chiude e si apre, la voce soffocata oltre le mura, gli scorci della tua famiglia, le parole dei tuoi genitori, l'attesa delle medicine, la mezzanotte e trenta quando abbiamo ancora sette minuti per parlare, gli orologi che ti rubano il sonno, gli screen shot delle tue espressioni che ho sottotitolato in modi buffi e che guardo quando non ci sei. voglio un appuntamento per tutte le distanze che convergano in linee come quelle che fanno i diamanti, voglio le tue mani come le mappe dei posti che non ho visto, bergen, berlino, brema, budapest, basta che ci andiamo. voglio assaltare l'ikea che ci dia tutti i suoi piumoni e tutti i suoi materassi e le sue cucine e i suoi soprammobili per sopravvivere e per ridere e bach che sornione mi canta i tuoi occhietti, voglio le cose banali, voglio le cose stupide, voglio svegliarmi domani con la tua voce nelle orecchie.