giovedì 30 marzo 2006

15


L’aria sa di zucchero e panna. Torna primavera. Guardo la panchina dove mi sono seduta quella sera che mi ha chiamato e gli ho raccontato un po’ di cazzate per ridere insieme. Non rido mai come quando rido con lui. È’ un modo tutto diverso, completamente unico.Mi diverte guardarla mettere a soqquadro la casa. Anche lei sente nelle ossa, nelle mani, il formicolio di primavera. Sposta i libri e compra i mobili. E io mi dimentico che potrebbe morire da un attimo all’altro. Guardo questa casa dove entra il sole e respiro.  I frammenti di adesso mi bastano per sopravvivere. Le maniche corte e la colazione. Le sette di mattina che già c’è il sole. 

venerdì 24 marzo 2006

14


Avrei voluto guardarla negli occhi e dirle che andrà tutto bene come diceva quella canzone di tanto tempo fa. 


Sono rimasta ferma lungo le pietre nere di Corso Cavour accecata da centinaia di fotogrammi tutti uguali che me la riproponevano davanti in uno squallido bagno di scuola mentre chiedeva un abbraccio. Ho guardato il cielo che da soleggiato diventava grigio e apatico come i nostri sguardi simmetrici sulle pietre. Il silenzio. L’andare via silenziosamente una accanto all’altra senza dire molto. Ancora mani fredde e ginocchia stanche. Di nuovo tutto il peso del mondo sulle spalle e la voglia di stendermi sotto un abbraccio familiare. Riposarmi. Tirare finalmente un sospiro di sollievo. Spegnermi. Ho racchiuso nelle mie mani tutto. Sperando che potesse bastare. 

La polvere ha solo iniziato a cadere. 

giovedì 23 marzo 2006

13


Mi sono accorta di essermi fissata su una porta rossa chiusa. Mi sono accorta di essermi fissata sul ragno che vive aggrappato al soffitto. Grosso e nero. Come disegnato da un pennarello indelebile. Stasera l’ho cercato con gli occhi e se n’era andato. Come tutte le cose che si allontanano da me. E non le posso fermare, non le posso fermare. A volte guardavo il mio professore di disegno correggermi il colore con i pastelli e mi venivano i brividi tutte le volte. Mi sembrava di sentirli sulla schiena, quei colori. Lievi. Soffici. Che non facevano male.


Se dovessi ricominciare da capo, ricomincerei da quando ti ho conosciuto, perché tu sei l’unica cosa del mio passato che non cancellerei.

martedì 21 marzo 2006

12


 Ieri mi sono giocata tutti e dico tutti i miei risparmi fino a prossimo mese e dico che non avrò soldi nemmeno per fare merenda a scuola. Vomiterò sui capelli di Luciano tra le 14. 00 e le 14.10 e tutti saranno contenti e un po’ mollicci. Io tante volte rido, perché alla stazione di Perugia non c’è posto materiale per i delinquenti. Comunque era buffo camminare con le buste di spese pazze in mano. Ci sono momenti che zampillo e mi spendo dentro le pozzanghere delle mie certezze. Non so nemmeno io perché le ho. Le sento e mi piace sguazzarci dentro. Era una di quelle sere, ieri, che mi veniva voglia di lavarmi i capelli e di farmi un bagno come dio comanda. Sono una romantica e sti cazzi. Del resto faccio sempre la dura con tutti. Poi c’è una persona in particolare che quando la mando affanculo mi dice sempre ti voglio bene e mi abbraccia.

Ecco, ci vorrebbero più persone così al mondo.

domenica 19 marzo 2006

11


 


Sono in attesa di una carezza. Ho bisogno di chiudere gli occhi e sentirmi sfiorare la pelle dai fiori come su quel film, in silenzio, lasciandomi andare, rigando il mio sorriso con lacrime di commozione.Ho voglia di stringere quelle mani e di incrociarle alle mie, e di ascoltare in silenzio l’andare e il tornare del respiro.

sabato 18 marzo 2006

10


Mi rendo conto d'aver raggiunto livelli di dipendenza quasi sconvolgenti. Se fossi credente non avrei problemi a catalogare quest'episodio sotto la voce "segni di Dio". Dietro di me ci sono cose che non ho detto, fatto, o capito prima. E questo mi fa incazzare in una maniera tale. perchè io per una volta, per l'importanza che do alle cose, vorrei saperle anche far arrivare ad un punto decente. 


 

giovedì 16 marzo 2006

9


Ho tirato un calcio alla scrivania e mi sono fatta un male cane. Mi sono scritta sulla pelle dappertutto. Sembro una scatola vuota dove non entra mai l’aria. Ieri per esempio. Ho guardato il sole e stavo a maniche corte. Ho guardato il sole e mi sono detta quanto sarebbe stato giusto che in quel momento, in quel momento solo in cui mi stavo arrendendo dicendo a me stessa quanto non ce la facevo così, dirgli tutto, dirgli quella frase. Mi fa male il ginocchio. Forse devo aprirlo con un taglierino.

venerdì 10 marzo 2006

8


So di essere diventata terribilmente generica. So di essere diventata noiosa. La colpa era del sedile dell’autobus. Secondo me ci si è seduto qualcuno che aveva voglia di dormire. Stare a letto la mattina quando fuori è freddo e piove. Mi fa sentire bene. Ultimamente mi mancava Piazza Partigiani e il suo pavimento e le sue nuvole che poco prima del tramonto cominciano a farsi rosa e viola e arancioni e sembrano un quadro di Munch e il vento che ti sferza la faccia; me lo ricordo perché un anno fa stavo su quel prato con Simone. Nascondo la faccia nella sciarpa perché fa troppo freddo. Sto con lei come al solito e ultimamente mi basta questo. Quattro chiacchiere e le sue due o tre sigarette. Mi fa ridere il suo modo di mangiare roba tipo funghi e salsicce anche alle sei di sera.


Sfoglio i miei pensieri come un mazzo di carte già visto, come se sapessi a memoria cosa penserò un attimo dopo e infatti non mi smentisco. La verità è che sono un pessimo giocatore, l’ho sempre dimostrato in ogni occasione, e non parlo solo metaforicamente anche se dicono che certe cose danno indizi precisi e questo a volte potrei anche considerarlo vero.

giovedì 9 marzo 2006

7


Fa troppo freddo e mi vengono i geloni alle mani come al solito. Sono triste. Forse m’ha distrutto la dormita troppo lunga di ieri che m’ha fatto alzare col vomito e non ho mangiato niente e mi son solo fatta la doccia e messa il maglione rosso. Mi annoio come un cane. Mi va che ci siano le margherite sui prati e un giorno su sette mi andrebbe di metter le maniche corte anche se non ho le braccia sto granché anzi direi due mozzarelle.


Non mi va per niente di curarmi, di partire. Di farmi mettere le mani addosso. Morderei a tutti se potessi, ho dentro un incazzatura immane che mi piglia solo a questo pensiero che si va sempre più vicino. Senza contare che domani è 10. E io odio il 10. Io odio qualsiasi numero che mi ricordi qualcosa. 


 


"perchè voglio una persona fisica che quando ho sonno mi prende la faccia e me la mette nella vasca fredda, che quando muoio sul libro mi prende la pagina e me la stampa nelle pupille, che quando voglio odiare mi offre il braccio per morderlo, che quando voglio sorridere mi tocca i denti."

martedì 7 marzo 2006

6


 Apro gli occhi e fuori c’è una tormenta di neve. Proprio una di quelle che mi mette paura anche uscire, si sa mai che mi porta via il vento e la neve. Le scrivo un sms che sono seduta in classe e siamo solo in due. "Scema, sei ancora a letto?"  Ieri sono andata un attimo in bagno e m’hanno aspettato in cucina fermi tipo statue di cera per tirarmi addosso le arance e la mia sciarpa. Ci siam fermati a far benzina a cento metri da casa mia, e abbiam parlato di tutte cose che non ci interessavano affatto e m’ha chiesto una mano con inglese quando lei tanto non studierà. Vorrei rifugiarmi a casa sua tutti i giorni perché là dentro sono semplici e senza pretese e il frigo è giallo ed è scassato come se in mezzo qualcuno c’avesse tirato un pugno e poi si entra e non ci si entra più, e non c’è bisogno di chiedere permesso.  Suo padre m’ha conosciuto e ha giocato col mio basco. Bel look ha detto.


Giro per strada e mi pare d’avere conficcato nel petto una lancia di almeno tre metri e mezzo e penso che prima o poi qualcosa o qualcuno me la estirperà e allora beh, sarà finita. Nel frattempo dovrò camminarci tentando di mantenere l’equilibrio. Miele sta morendo. Attendo paziente. Come questa neve. Perugia è imbiancata. I cortili fuori bianchi. La neve cade lenta, tipo uno che dice “ecco ora mi siedo”. 


Mica è reato piangere sull'autobus davanti a tutti. 

domenica 5 marzo 2006

5


La domenica è il giorno peggiore della settimana. È una teoria con la quale morirò, ne sono certa.


Ascolto Niccolò Fabi nella mia testa dopo averlo perduto per sempre in un giorno di reset. Canticchio 10 minuti senza pensare. Vorrei proprio sfogliare il giornale per riuscire ad andarmene da questa città virtuale. Tagliare i gambi dei fiori e portare a spasso i cani, e saper disegnare per distrarmi, poter lavorare in un bar e dar da bere a cani e porci, ripiegare le magliette e dire solamente incosapossoservirla e graziedarriviederci.


Vorrei che suonassero la porta ora e mi dicessero di qualche calamità naturale, così non dovrei pensare ad altro che alla mia paura, alla voglia di scappare e alla disperazione che m’assale. O che dicessero che sta per arrivare un sacco di gente a mangiare e tocca a me cucinare. O che smettesse di piovere e ci fosse un autobus che mi porti lontano da qui, magari da sola, magari col cane, che tanto sta buono e lo posso nascondere come un clandestino dentro l’autobus blu che va più veloce. Vorrei che ci fosse qualcosa a cui devo stare dietro se no senza di me muore. È domenica e sento freddo come ogni benedetto giorno da lunedì a domenica da tutti i miei inverni. È domenica e io dovrei studiare fisica ma non ho ancora fatto nulla e sicuramente arriverà sera che non avrò aperto il quaderno perché sono qui e anche se non fossi qui a fare altro che non sia fisica.


Mi si è sfilato il piercing al naso. 

venerdì 3 marzo 2006

4


Non so se ridere o piangere. Come oggi che era da prendersi a sediate e ridevamo sulle stronzate. Non c’era un cazzo da ridere ma andava bene lo stesso perché infondo ci veniva da vomitare ma dovevamo farci avanti. Volontari e pure suicidi. Lei mi guarda perché lo sa. Ieri gliel’ho detto che sono stufa di tutta ‘sta sceneggiata ma per il bene mio e probabilmente di almeno altre dieci persone, vado avanti così. È l’unica cosa che so fare bene, probabilmente. A voglia a dire che non sbaglio. Io sbaglio eccome e mi ci spacco la testa a capire dov’è che non riesco ad imparare. Una linea semplice e senza errori, dovrebbe restarmi in mente senza complicazioni. 

giovedì 2 marzo 2006

3


Per esempio adesso passeggiavo sotto la pioggia. Ripensavo ai suoi occhi su quel letto oggi e la sua sincerità così spontanea. Quel tirare fuori tutto da una cosa così facile. Io l'invidio. L'amore forse non si cerca dando pugni all'aria. Sorrido tra me e me, prendendomi anche in giro. Ho dormito per tutto il tempo sull'autobus di ritorno e ho avuto anche tempo di sognare.



Mi fa male sognare. Mi fa male cecare di stare bene, tanto non ci riesco e ho sempre freddo e sempre corro verso qualcosa troppo lontano da me. Lei mi accarezza e mi dice che io sono bella e che anche con questo cappello ridicolo rosa non devo avere paura di niente. Non devo avere paura del buio. E per me non è semplice. Lorenzo era quasi più emozionato di me ad andare a Milano e io ho riso quando l'ho saputo perchè lui infondo è romantico e voleva fare il cupido della situazione. E' stato dolce, anche se so che non mi sopporta. O magari son sempre io che mi convinco delle cose inesistenti.   Ieri piangevo all'improvviso. Sì odio farlo. Anche perchè devo viverla come bile in gola questa vita, è questo l'esempio che devo dare. Poi come fanno a dire che non ho sentimenti. Pane per i loro denti. Piangevo e ridevo assieme come una deficiente nelle luci psichedeliche della mia stanza, piangevo a ridevo per ricordarmi che l'amore conta e che io sono patetica. Che mi lascio ferire da ogni cosa ma che se succede non riesco a farci niente e mi curvo su me stessa e affondo le unghie nella maglietta e piango ancora sotto la doccia e poi nel letto prima di dormire, e faccio sesso per dimenticare, e mi masturbo da sola perchè mi voglio distrarre. Sto anche pensando di essere in procinto di pubblicare una grande stronzata. però indovinate chi è che ha preso il voto più alto al tema d'italiano stamattina. Con 13, 5 ho sbaragliato tutti. L'hanno anche letto ad alta voce. Non mi sono mai sentita così patetica. 



                                                                            

mercoledì 1 marzo 2006

2


Adoro i suoi momenti d'allegria. Adoro che sta bene perchè fa stare bene me. Mi accoglie dentro casa con un bacio e io, io avrei semplicemente voglia di studiare e farmi una doccia o mangiarmi chili di gelato informe.


Ho voglia di quel bagnoschiuma alla mora e frutti di bosco che c'è dentro la doccia. Ho voglia di farmi lo shampoo alla pesca. E ho voglia di cogliere una o due stelle stasera. "Sono orgogliosa di te" sullo schermetto del mio cellulare. Chi non combatte cade. Ho riso da sola sull'autobus pensando a quanto bene m'ha fatto quella mano depravata che ha imbrattato il portone di via Marconi. Non lo sapeva, ma era lì per me, quel piccolo getto di spray.


E' dolce pensare a te che dormi nella mia mansarda. E' dolce pensare che ti lascerò il letto e che per almeno due o tre giorni potrò trattenere il respiro. Completamente in apnea lascerò, se Dio vuole, correre i minuti e le ore senza sentirne il riflesso nella spina dorsale. Senza battere ogni passo lungo la strada del ritorno a casa col senso di incompletezza. Sono inadatta e inadeguata alla mia vita. Scivolo via guizzando come un pesce. Brillo anche se per poco. Incontro un cane che mi abbaia ma si fida di me. Comincia a piovere e sono senza ombrello. Ma mi si riempiono gli occhi di lacrime al pensiero che prima o poi in quest’infinito girovagare e danzare del tempo che fugge incostante, riuscirò a trovare anch’io il mio appiglio.

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Mi mancano i batteri della tua bocca, mi mancano i batteri e non mi baci più - 
se resto qualche giorno senza scambio di saliva sto male.