mercoledì 29 aprile 2009

44: con la gola bruciata dal silenzio di sale

 se magari tornassi ad imparare come si suona la chitarra, o anche se riuscissi a smetterla di ascoltare i massimo volume. se smettesse di piovere, se mia madre spegnesse la luce e se i perturbazione facessero corto circuito con le luci della centrale elettrica, e se quella volta che mi hai detto quelle cose le avessi pensate sul serio. se potessimo bere, sciogliere le parole (ah, ma no, questa é una citazione). tipo se io e te potessimo darei i voti ai film che ci passano attraverso, e ordinare le birre con la fretta e la spensieratezza dei nostri vent'anni. se partissimo e vaffanculo anche a questa cazzo di marea che sale, e se tu anche solo una volta sorridessi di più, dicessi di più, ci fossi di più.

la sete della anime, virginiana miller

martedì 28 aprile 2009

43: ignorando di avere un corpo


piove e non si sognano minimamente di fare uno sconto sugli shampoo, sui balsami veloci, quelli sbagliati, che mia madre compra incurante delle istruzioni. hanno impiccato i nostri sogni, mi senti? hanno impiccato i nostri sogni, ti urlo nella cornetta della cabina telefonica. poi ti sogno e mi stai parlando, ridi in un modo terribilmente naturale, e mi parli, e alla fine quella che non sa che cosa dire sono io. hanno ammazzato alessandra, o forse si é ammazzata lei, buttandosi dalla macchina in curva. conto fino a dieci e poi se non mi rispondi, mi butto. poi tu mi chiedi scusa se continui a mandarmi dei pezzi di gente che non si ricorda nemmeno come si suona, e mi fai dei discorsi metafisici sui plettri delle chitarre associati alle nostre vite. ricaviamo l'incognita dalle equazioni dei battiti cardiaci - duecento quando mi parli, dieci quando mi saluti - a frequenze intervallate perfettamente disuguali. poi rido nascondendo la bocca nella sciarpa che non ho - il treno da foligno ritarda di venticinque minuti, venticinque minuti che mi avanzano per pensarti e per ignorare giacomo debenedetti con le sue settecentocinquantasette pagine. sei nei miei slip di cotone lavato centomila volte, alla stazione, tra le sigarette buttate sui binari, i nostri sogni fanno a spinte come dei bambini e io gli grido di levarsi di mezzo. voglio essere il tuo specchio. 

sabato 25 aprile 2009

42: puede matar

ti ricordi quando alla fiera del libro è arrivato fabio la fauci e tu ti alzavi sulle punte come una bambina per arrivare al bancone - era maggio ed stavi per compiere diciotto anni, ma non avevi il coraggio di chiedergli un disegno; poi abbiamo comprato delle borse di stoffa che si sarebbero sfondate presto, e l'autografo di pennarello nero si sarebbe arreso alle fauci della lavatrice, ma mi sono messa a fare il giullare per te e a convincerlo che era il giorno del tuo compleanno, solo per quello stupido fumetto, e mi ricordo come fosse adesso i movimenti della sua mano nel disegnare delle nuvole che erano a punta. poi sono arrivati i fulmini e tu guardavi assorta, poi mi suicidavo allegramente tra le bancarelle feltrinelli o einaudi. poi mi ero innamorata del nostro professore di letteratura che quel giorno, non l'ho mai detto a nessuno, mi ha preso la mano. mi ha regalato bulgakov e poi si sono rotte tutte le bottiglie di spumante, mentre ti rompevano i coglioni - ti facevano piangere, lacrime che scolorivano il viola blu del tuo cazzo di pigiama di raso, e venivi a bussare da me proprio mentre leggevo, e a piangere come le madonne smarrite. ti ricordi il tuo maledetto bicherin a cinque euro bevuto sotto i portici, quando hai fatto il primo tiro della tua vita nella piazza lì davanti, c'ero io a guardarti tossire e ridere con le lacrime gli occhi, buttare via la sigaretta a metà, e gli altri si lamentavano perché ci avevi lasciato la tua saliva sopra, involontariamente e disperatamente, allegramente com'eri, mentre ti leggevo a voce alta tutti i santi capitoli di un libro di cinema e tu ascoltavi senza battere ciglio mentre quei cretini sulle scale ti guardavano le cosce - le tue punte nere dei capelli al sole, le tue doppie punte, le punte delle nuvole, e se ci penso adesso rido, se penso che ora fumi come una turca e magari hai imparato a rollare e tutti alle tue spalle dicono che sei una dannata rompicazzo che scrocca sigarette senza comprare mai il pacchetto. (non era il destino che ci saremmo scelti, mi sa.)

mercoledì 22 aprile 2009

41: la parola sensibile é vaga come le stelle dell'orsa

comunque alla fine non so quando le nostre certezze sono crollate, quando abbiamo smesso di pensare che si potesse partire senza benzina o quando ho iniziato a dire che avevo i capelli castano chiaro, invece che biondo cenere. che poi, mi dicono, è la stessa cosa. è la stessa cosa quando facevamo l'amore in una tenda di pochi centimetri quadri, e i tempi di resistenza ci parevano sensazionali e lunghi, è lo stesso di quando scopavamo in acqua e non trovavamo le chiavi di casa, e le strade, le tagliole sommerse, tutte le impercettibili ferite. più o meno è lo stesso di quando butti nel secchio della spazzatura le lenzuola pulite che speravi di mettere per il giorno che ci saremmo stesi insieme, e conservi quelle messe mille volte, quelle macchiate di sperma doloroso. più o meno è lo stesso di quando ti addormenti e le tue gambe riescono a disegnare un angolo di centottantagradi e ti rendi conto che c'è improvvisamente molto spazio che non sarà pieno nè stanotte nè domani. come quando i cani col vizietto del giochino anale, o più o meno quando mi rendo conto che le cose viste da fuori sono sempre diverse da come risultano quando non ci sei tu dentro, e altre banalità del genere, insomma più o meno quando mi trovo ad essere gelosa anche tipo dell'aria che respiri pur sapendo benissimo che ti serve a vivere.

domenica 19 aprile 2009

40: neve fredda

amare è a declinazione peggiore delle azioni che abbiamo fatto. prenotare un albergo, dare le carte di identità (due volte). bere un the alla menta alle quattro del mattino (per te era la prima volta). scopare senza preservativo, ridurre al minimo storico i centimetri di vicinanza anziché di lontananza, regalare tre euro alla macchinetta che sputa tramezzini alla stazione di bologna. andare a teatro insieme. perdere la verginità (altra prima volta per te). rubare le saponette del bagno della nostra camera d'albergo, e dimenticare gli asciugamani, e mandarteli a riprendere. guardarti armeggiare col mio reggiseno durante una puntata dei simpson. tu che cerchi un bagno in pieno centro solo per farmi fare pipì (un quarto d'ora, cinque minuti di troppo, e la tua faccia già esasperata). non sapere spiegare a parole dove si trova il binario uno. non sapere spiegare a parole dove si trova il punto g, il clitoride, o che cos'è un orgasmo. non sapere se il tuo cazzo é duro. poi piangere di felicità mentre mi asciugo i capelli e tu che mi dici che la prossima volta non devo pettinarmi prima di venire a letto - perdere le mollette. e io che non mi ero pettinata abbastanza per vederti. incontrare gente sul treno, conoscere gente sul treno, ascoltare conoscere gente sul treno, degli amari, mentre arrivo da te. fare tardi con l'autobus. mangiare da mac donald's e non digerire. non trovare il buco per inserire il gettone del bagno a pagamento. non comprare le scarpe bianche a due euro, con le ciliegie. mangiare un gelato col glutine. metterti le mani nelle tasche del cappotto (veramente troppo pesante per questo caldo). imprecare contro il ristorante indiano. attraversare cinquemila volte la strada (anche non sulle strisce pedonali). tu che mi spieghi cos'è la festa di san patrizio. discutere su via irnerio, mentre io sostengo che é il personaggio di un libro di calvino. ascoltare dei diciassettenni che suonano un violino in piazza. tu che mi spieghi il trucco della mano di nettuno, che pare un membro in erezione. ridere. fare fotografie. guardare i fumetti in esposizione in piazza maggiore. litigare dentro a h&m perché non ci ameremo per sempre. dire per sempre e intendere ventiquattro ore. 

venerdì 17 aprile 2009

39: gatti in piedi

alla fine mi viene mal di stomaco, comunque mi hanno detto che é normale. e per dimenticare di amare ci vogliono cinque minuti, il tempo di farsi un caffé. prendere la moka, riempire con l'acqua - tu che seduto sul prato non ce la fai ad abbattere il contatto fisico. un gatto in piedi su un prato suona un violino distorto. e leggevo il maestro e margherita quando mi hai telefonato, e mi hai detto su con la vita. che la nostra vita la dovremmo appendere, hai ragione, come i panni ad asciugare. e tra le righe leggevo: non ti amo più. adesso le scuse per non vedersi mi fanno ridere, il cuore mi fa male in sedici punti diversi, e le lenzuola verde pisello non mi risolvono nessuna primavera. poi scoppio a piangere ma piangere e ridere sono due smorfie uguali. mi pare logico farmi bocciare in inglese, tanto per dimenticare, e tagliarmi lentamente l'incavo del braccio, mentre ascolto bach. poi mi sveglio con il braccio sinistro pieno di sangue che esce da ferite impercettibili, e non riesco a capire come me le sono fatte.

38: la convinzione

dicevi che 'non amerò mai più' è una grossa parola, una parola zoppa, a cui manca qualcosa, e cioè la convizione. quando non ti riusciva di scoparmi, ma non era una cosa tanto grave. quando ai giardini margherita abbiamo trovato il verso di lasciarci, litigando per chi avesse ragione sul fatto che il nostro amore sarebbe durato per sempre. quando ti scivolano le gocce di valium sotto la lingua, e piangi per quanto sono impietosamente amare. quando - avevo ragione io, dice mia madre, che cuce i miei reggiseni sfatti sulla poltrona, davanti alla televisione. e io vorrei attaccare la segreteria delle risposte automatiche. per non darle la soddisfazione di dire: hai ragione. poi non succede niente di eclatante: gli equilibri degli amori degli altri si mettono sempre a posto mentre il nostro é un orologio rotto. sì, insomma, ci siamo lasciati. poi dovrei essere come mia madre e dirti dalla poltrona che avevo ragione io, ma trovo più sensato scrivermi sul braccio col pennarello indelebile chiudi lo scrigno dei tumori e dei tuoi quaranta cuori. 

giovedì 9 aprile 2009

37: mastica piano

poi nicola parte e mi dimentico come si mastica bene, come quando appena conosciuti ti dicevo che entrambi mangiavamo troppo in fretta, e parlavamo perfino di questi problemi irrilevanti, parlavamo un sacco mentre a sanremo gli afterhours soccombevano. eccetera eccetera.  il nostro amore é una specie di parentesi a piè pagina, nascosto in appendice, una cosa che non ha molto interesse, come il glossario del libro di danza e mimo, come il prossimo esame che devo dare. poi provo a scrivere un romanzo e i protagonisti dicono le stesse cose che ci siamo detti, e mi sembra tutto molto banale e falso anche se quando ce lo dicevamo era bellissimo, e vero. poi mi ritorni in mente bella come sei, lucio battisti, e quando davanti alle vetrine bolognesi regredivo e tornavo ad avere cinque anni e volevo comprarmi le tazze e gli orologi coi gatti, e le scarpe bianche con le ciliegie che tu ritenevi orrende, e gli occhiali a forma di cuore per cui poi abbiamo quasi litigato, e tuo padre che chiama per sapere la fine dei gialli su rete quattro. poi mi torna in mente quando facevamo l'amore, e tu eri nervoso; mi torna in mente quando mi sono innamorata di te e la cosa aveva un senso logico, invece adesso devo partire per arezzo e non ritrovo il biglietto, e non capisco questa maledetta mania di partire tutti per bari.

lunedì 6 aprile 2009

36: l'amore ha l'amore come solo argomento

ci vorrà una specie di container anche per il nostro amore, i volontari del pronto soccorso e le ambulanze, i feriti gravi dalle nostre parole e i terremotati seduti sulle nostre panchine. ci vorrà una specie di scossa su scala mercalli per buttare giù le fondamenta delle cose che non smurano la bocca, i miei dialetti e le cose che devi mettere a posto dentro di te. gli omini che ti rivoluzionano lo stomaco si portano via i dischi e le fotografie. i giorni prima di pasqua sono sempre terribilmente immobili e negativi. continuando a perdersi come gli spiccioli dalle tasce di cui parlava moltheni, sono fotogrammi riproposti di quei sorrisi incerti. di te che nonostante la folla mi prendi la mano. di te che non ti sei mai abituato a dormire con qualcuno sulla cassa toracica. e alla fine smettere di ridere non sarà poi tanto male, coi cuori ammaccati come le mele passate al mercato e i dialetti all'improvviso che fanno l'eco nei teatri. alla fine non sarà tanto male renderci conto delle macerie e contare gli illesi, i feriti gravi e i morti che, ahimè, non sono sopravvissuti.