venerdì 18 settembre 2009

122: il tredici ottobre un giorno qualsiasi che dovrebbe essere un martedì dovrebbe arrivare nelle librerie


dico delle bugie, ogni tanto. per esempio che non mi manchi, o che per determinate coincidenze bisogna ricominciare tutto daccapo. o che non mi sento bene per non andare a lezione e non sorbirmi la predica di mia madre, che non mi fa la predica quasi mai. ma degli occhi che ti guardano in maniera obliqua li riconosci, pesano come calcestruzzo e vino. non so perché vino, mi é venuto così. vasco brondi ha chiuso il suo blog credo che non riuscirò mai a spiegarti che effetto mi ha fatto cantare per combattere l'acne di notte di fronte al korova chiuso quella sera di agosto, mentre mi allisciavo (non esiste) il bordo della maglietta per nascondere l'evidente emozione da dissimulare in finto disinteresse. non c'è niente come cantare le sue canzoni di fronte ad un locale senza senso, mi accontento di queste cose limitate, piccole, inutili: cantare le sue canzoni di fronte ad un locale senza senso. e rendermi conto di come saranno queste strade d'inverno, mangiare i pinzini caldi appena fatti con gli affettati in piazza castello, oliati perfettamente, in un cestino coi fazzoletti gialli, su tovaglie di carta di riso con calligrafia in corsivo troppo elaborata, con la mia smania di fare le foto al bordo del bicchiere, con la mia impazienza e la mia stanchezza prematura, con tutte le cose che mi mancheranno quando il tredici ottobre quest'estate sarà finita. credo che non avrò mai vestiti adatti per le mie guerre stellari, dove per guerre stellari intendo le cose che dovrò dire a persone che non conosco in situazioni ostili, in terre di nessuno. credo che mi piacerebbe andare a vedere le mongolfiere contro gli ultimi cieli azzurri di quest'anno. poi pioverà, poi chissà che cazzo succederà ancora.



nei garage a milano nord, le luci della centrale elettrica

domenica 13 settembre 2009

121: giovane luce non avere paura del buio


una cosa che mi aveva colpito era quando avevi detto: leggo il tuo blog, e quando non scrivi mi arrabbio. non ti ho mai detto che leggere il finale del tuo racconto mi aveva riportato alla mente i giorni della maturità quando studiando Joyce ripensavo a Silvia che sul diario scrive la frase più bella di tutta Gente di Dublino, e poi la se la ripete ad alta voce come per convincersi che fosse stata davvero reale. poi andavamo in motorino e non capivi quanto mi piacesse il vento, ma é normale, non si può spiegare in che modo ci piace l'aria, o il rumore che fa, o la consistenza del vento sulle gambe, contro le gambe, dentro le gambe. in posti che non te la sei sentito di ignorare, quattromilacinquecentosettata giorni fa, circa. ogni tanto mi ripeto delle cose che ho sentito, o che mi hanno detto ad alta voce, per rendermi conto anche io che queste cose sono esistite sul serio. certe volte non riesco a credere che tu quel giorno abbia usato parole tanto pesanti per raschiare via il nostro esserci parlati con l'unghia più lunga che avevi, quella che usavi per far suonare correttamente le tue chitarre. chissà com'è andata l'estate a torino, piena di vuoti d'aria e di pressioni a bassa quota, chissà se anche tu hai perso il controllo sopra superga e ti sei lasciato trascinare giù dall'aria, ascoltando semplicemente il rumore che fa, lasciando semplicemente che passasse tra le tue gambe corte, di cui ti sei sempre lamentato tanto. ma il mio corpo era come un'arpa, e le parole e i gesti di lei erano come dita sulle sue corde.



nuvole bianche, ludovico einaudi

martedì 8 settembre 2009

120: frantumare le distanze


sono una persona semplice. invece dei fiori, riesco ad innamorarmi se qualcuno mi regala il catalogo ikea. mi piacciono le gite, all'ikea. quei pomeriggi limpidi di settembreottobre, che fuori è troppo fresco per passeggiare e ci si rifugia a comprare lampade etniche. mi piacciono le pizzerie che hanno a che fare col cinema e che intitolano le pizze con i titoli dei film. mi piace andare in libreria ed annusare le pagine dei libri nuovi, andare a dei concerti ridicoli allestiti nei parcheggi dei centri commerciali insieme a te. mi piace il mare di fano il quattordici ottobre, e andare ad immergere i piedi anche se fa troppo freddo. mi piacevano i panini che preparavi alle due del mattino quando violentavamo il telecomando sky per trovare programmi decenti. a quel punto, si prendevano sempre due strade: guardare all music allo sfinimento commentando acidamente tutti i video in random; mettersi a fare l'amore sul pavimento. una volta hai nascosto le lenzuola insanguinate dentro la credenza degli alcolici, mi domando cosa sarebbe successo se tuo padre il giorno dopo avesse avuto un'improvvisa voglia di amaro lucano. sono una persona semplice, come ho detto. tutto quello che avrei voluto date comprendeva una minima dose di volontà, sincerità, accuratezza.



cerchi nell'acqua, paolo benvegnù

sabato 5 settembre 2009

119: dance dance dance


probabilmente é la verità che non diventerò mai uno scrittore - una volta qualcuno mi chiese come mai usassi il nome maschile nonostante io sia [più o meno] una donna, ma a distanza di anni continua a piacermi così, ho questa specie di godimento sessista della cosa che non é tipicamente mio ma che mi rende adeguatamente soddisfatta che é poi l'unica cosa che mi rende felice dello scrivere. il resto é uno sputare sangue. da bambina volevo fare la ballerina di danza classica. va bene, era per emulare mia sorella, ma avevo solo sei anni. alla scuola di danza mi dissero che ero troppo grassa per ballare, che non avrei mai e sottolineo mai, potuto ballare. come se loro avessero potuto immaginare cosa sarebbe successo al mio metabolismo da lì a dieci anni. il fatto che abbiano avuto ragione é un'altra questione. quando siamo tornati a casa mio padre mi ha spiegato più o meno scientificamente come mai non avrei potuto danzare: non sarei mai riuscita a stare sulle punte, perché lì si sarebbe concentrato tutto il peso, e la mia gamba era troppo pesante per il mio piede. fu un ragionamento piuttosto lineare e lo trovai sensato. non ne ho mai parlato con nessuno, ma ci ho sempre pensato, nel corso degli anni, senza un motivo particolare. non che la danza fosse la vocazione della mia vita, probabilmente era vero che stavo semplicemente facendo un capriccio; non ho mai più sofferto per aver dovuto appendere le scarpe al chiodo. c'è una sola cosa che non ho mai fatto per capriccio, e quella é: scrivere. scrivere non é una cosa divertente, uno pensa che fare lo scrittore sia una cosa figa, non immagina la responsabilità e le paranoie, l'odio, l'insoddisfazione, le manie di persecuzione, l'insicurezza e la nevrosi, che se unite ad un carattere piuttosto rinunciatario possono diventare letali. allora: fu più o meno chiaro, a sei anni, come mai non avrei potuto mai danzare nella mia vita. ma scrivere. scrivere, quello per cui tutti, in questi quasi ventun anni, mi hanno incoraggiato, illuso, e supportato, perché non deve funzionare? perché non posso riuscire a fare l'unica cosa per cui respiro? perché non ho talento, perché non ho un nome, perché sono una rapa senza sangue, perché, perché, perché, perché.



un giorno come questo, non voglio che clara

mercoledì 2 settembre 2009

118: d'altronde feroce é settembre


settembre aspettando i massacri successivi qualcuno si buttava dalle fineste dei palazzi qualcun altro abbracciava i treni gli altri gli piaceva suicidarsi piano, leggendo poesie, dormendo tutto il pomeriggio, camminando lungo i viali alberati. settembre ti piaceva salutarmi, coinvolgermi nelle tue ricerche assurde, spolverarmi i capelli dalla fuliggine di quasi otto anni. e scrivere le lettere ai responsabili dei numeri verdi delle case produttrici di formaggini da sciogliere in minestra. settembre non perdere la ricetta che mi hai dettato, mi piacerà sicuramente cucinarla un'altra volta, sbatteremo le uova, faremo altre duemilaottocentocinquantasei frittate, fino a farci venire la nausea. mi scrivi messaggi dopo quasi un anno di silenzio, dici "ho scritto sul catrame che ti penso raramente" continui "come back september" finisci "questo perché non sono più capace di scrivere" - guariremo mai dalle nostre ferite, guariremo dalla cellulite, dalle tue bamboline stitiche che ti piovevano addosso coi bomber da false borghesi, rosa e rosse, che ti scopavi nel lettino. i tuoi esami di maturità e la voglia di telefonare, soffocare il telefono sotto il cuscino perché lo squillo non svegli i tuoi alle due del mattino, che domani si deve andare a lavorare in officina, che prenderai il tuo diploma in scuola artistica, che continuerai ad avere voglia e poi a perderla, che continuerai ad avere voglia di parlarmi e poi a perderla, e poi a perderla e poi a perderla, e poi a perderla.



settembre, aspettando, giorgio canali e rossofuoco

martedì 1 settembre 2009

117: settembre aspettando i massacri successivi


agosto si chiudeva con le tue palpebre come persiane in esultanza sui terrazzi del centro che guardavano strabici nei cortili di fronte alla città del sole. e tu dicevi che i nostri bambini avrebbero avuto giocattoli intelligenti, come i cavalli a dondolo di legno, i libri da leggere che abbiamo avuto noi. agosto si é chiuso con i tappi delle siringhe gettati in piazza bartolucci che a te piaceva chiamare montmartre di ferrara, ai piedi dei gatti con l'aids dai quali anche noi saremmo dovuti scappare. si esauriva agosto con i passi che ti seguivano nei chiostri e le fontane capricciose che si azionavano da sole a proprio piacimento, coi buchi nell'erba e le zanzare di piazza ariostea, coi suoi commessi malavitosi e le telecamere nascoste, coi baristi che sniffano le righe bianche dei parcheggi per i residenti, liberi la domenica per i nostri porci comodi. agosto si sfiniva tra le nostre braccia, e le mani aperte a ventaglio per dare fastidio ai capezzoli dolenti, i polpastrelli per stringere i fianchi, consumare l'acqua calda della doccia per fare gli amanti di the dreamers - non ci passava nemmeno per la testa settembre, e i giochi pirotecnici che saranno installati nel parco urbano di nuovo l'anno prossimo, i chioschi già aperti la domenica alle due, i giornali che volano dai tavoli di legno, le panchine ancora gonfie di pioggia. ferrara disponibile come un'adolescente un po' insolente a gambe aperte e ginocchia poco strette - tutti i gelati che mi hai comprato, tutti i pranzi, tutte le volte che siamo usciti a cena, tutti i vestiti che abbiamo sporcato. scopare in piedi di fronte al lavandino stando attenti a non aprire l'acqua per non disturbare, spararsi le fiale di panna montata in gola, spararsi enrico mentana alla televisione all'ora di cena, portarsi la pizza a casa, giocare coi preservativi e le tue dita che odorano di lattice quando mi facevi le carezze ai capelli. settembre aspettando i massacri successivi non si ricorderà niente, forti amnesie di quando abbiamo mangiato in piazza castello ad ore assurde di pomeriggio e gli incontri romantici, l'odore delle pagine alla feltrinelli, i libri di paolo nori e i giardini chiusi per restauri. mi porti sulla cima delle torri a guardare i pesci siluro che nuotano sfidando l'acqua torbida. mi porti al massari a giurarci amore eterno, mi porti a mangiare in una casa costurita sulle tribune dell'ippodromo, che se ti affacci vedi dove è morto federico aldrovandi, giustizia, verità. verità per federico aldrovandi.



se telefonando, mina