giovedì 29 gennaio 2009

2: andiamo a vedere le luci

chissà se poi troverò il modo di scrollarmi di dosso le frasi che ci siamo scritti e detti. non sono più riuscita a raccontarti che mentre aspetto i treni sotto il cielo grigio, ascolto gli offlaga disco pax e mi piacerebbe sentirteli cantare. mi hai dimenticato rilegandomi tra le cose da non deprioritare e invece mi hai deprioritato. i messaggi stupidi che ti scrivo non significano niente, mentre ascolto la canzone che mi ricorda te. chissà se ti manca dare fuoco ai tramonti con me. pensare che vasco brondi sia un prolungamento delle mie braccia che non ti hanno stretto più. chissà se ti sei scopato quella ragazzina che ti piaceva tanto. chissà se ti sei mai pentito, di non avermi richiamato, la vigilia di natale. le moleskine si sciolgono e i cuori legno sono perduti, silenziosi, in fondo alla tua borsa. chissà se poi è vero che le stagioni svaniscono con la felicità che ti sfugge inavvertita come sabbia tra le dita.

sabato 24 gennaio 2009

1: venti

ho vent'anni tra un'ora e un quarto.  facevamo l'amore sorridendo, e ci facevano male i denti dalla gioia. c'è questo cuore con la q che mi vorrei staccare. e tutta la neve che non é caduta sul nostro inverno. e la pioggia che crolla sulle gambe fragili, i denti presi a calci nonostante la voglia di sorridere. il mio amore è sodomizzato in un brutto cortile, come un cane. il fiore di vent'anni che non hai capito e tutte le cose che non riesco a dire. piangere su calvino. dovevamo avere una bambina, dovevamo amarci e far finire bene questa storia.

lunedì 19 gennaio 2009

0: fine

Tu mi dicevi “da questa città ce ne dobbiamo andare tutti e due, e soprattutto io” dicevi, un miliardo di bar, bar dappertutto, e camminando verso casa mia ero così allegro che ero sorpreso, la città era desertica, e non ci ricordavamo dove avevamo parcheggiato la nostra astronave con i pneumatici lisci, ti ricordi delle sportellate sul cuore? Di certi cieli bianchi sproporzionati, e i tuoi occhi come certi cieli, neri, come i nostri vestiti, e dalla finestra del tredicesimo piano della casa popolare dove si è trasferita tua madre si vede tutta Ferrara, dal castello al grattacielo, e l’insegna luminosa dell’Ipercoop, delle luci enormi che ci sposavamo alla finestra come fossimo a Las Vegas, e poi, e poi ci troveremo come le star nei peggiori bar a lavorare, o nell’autogrill di Ferrara Nord a dormire, e il treno regionale per Bologna sembrava la Transiberiana e tutti morivano sulla superstrada per il mare, ci cadevano in testa le stelle inchiodate male, chissà quando tornerà l’estate di tre anni fa, cercando con il metaldetector le catenine e i desideri sulle spiagge dei lidi ferraresi, e gli stessi tragitti, i cortei nei corridoi della casa dei tuoi genitori, e le bici rubate le coloreremo ancora di verde militare per nasconderci a scopare al parco Massari, questa città non ci morirà tra le braccia, il parcheggio dietro al petrolchimico, a tirarci dei calci e a tirarci dal naso i calcinacci e le sere, lavare il cielo con la candeggina perché fa buio presto, sputavamo delle stelle, dal terzo piano sull’hinterland ma era proprietà privata, era tutta proprietà privata, penso, pensa se adesso nevicasse, saremmo tutti più tranquilli, in questa città che dicevi che ti sembrava un congelatore, questa città sotto il livello del mare, e i cubetti di porfido che ci sono in piazza li staccheremo uno ad uno per farci delle bancarelle di braccialetti, mi dicevi, ce ne dobbiamo andare tutti e due, e soprattutto io, dicevi, io ho scritto per terra col catrame che ti penso raramente, come back september come quando ci svegliavamo in tre nel letto con le braccia informicolate, in piena pianura padana ma col fuso orario del giappone ero un cameriere vestito bene, e quella casa ora è un cantiere, e non ci resta che scoppiare a ridere, a dirotto, avevamo l’inesperienza necessaria per andarecene, “avevamo l’inesperienza necessaria per andarcene”, dicevi, e ce ne siamo andati tutti e due, e soprattutto tu.

martedì 6 gennaio 2009

150


Mi hai detto andiamo a vivere in una casa rossa, d'estate in Piazza Maggiore a Bologna, d'inverno alle isole calde. Fare pipì tutti nudi, solo con le scarpe addosso. Pisciare controvento. Scopare in una macchina gelata. Sento freddo. Voglio una febbre che mi stronchi e tu mi torni in mente dentro la metropolitana rossa, dentro la quale eri così stupito, il giorno che sei arrivato da me. Ci siamo scaldati le mani.  Erano belle, le nostre stupide mani, vero? Gli scalini dove hai provato a baciarmi sono più gelidi che mai e ci cresce sopra il ghiaccio. Mi manchi come se mi avessero picchiato fortissimo.