domenica 13 settembre 2009

121: giovane luce non avere paura del buio


una cosa che mi aveva colpito era quando avevi detto: leggo il tuo blog, e quando non scrivi mi arrabbio. non ti ho mai detto che leggere il finale del tuo racconto mi aveva riportato alla mente i giorni della maturità quando studiando Joyce ripensavo a Silvia che sul diario scrive la frase più bella di tutta Gente di Dublino, e poi la se la ripete ad alta voce come per convincersi che fosse stata davvero reale. poi andavamo in motorino e non capivi quanto mi piacesse il vento, ma é normale, non si può spiegare in che modo ci piace l'aria, o il rumore che fa, o la consistenza del vento sulle gambe, contro le gambe, dentro le gambe. in posti che non te la sei sentito di ignorare, quattromilacinquecentosettata giorni fa, circa. ogni tanto mi ripeto delle cose che ho sentito, o che mi hanno detto ad alta voce, per rendermi conto anche io che queste cose sono esistite sul serio. certe volte non riesco a credere che tu quel giorno abbia usato parole tanto pesanti per raschiare via il nostro esserci parlati con l'unghia più lunga che avevi, quella che usavi per far suonare correttamente le tue chitarre. chissà com'è andata l'estate a torino, piena di vuoti d'aria e di pressioni a bassa quota, chissà se anche tu hai perso il controllo sopra superga e ti sei lasciato trascinare giù dall'aria, ascoltando semplicemente il rumore che fa, lasciando semplicemente che passasse tra le tue gambe corte, di cui ti sei sempre lamentato tanto. ma il mio corpo era come un'arpa, e le parole e i gesti di lei erano come dita sulle sue corde.



nuvole bianche, ludovico einaudi

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