venerdì 7 ottobre 2011

232: can you and me remain?

così tutte le parole che hai detto a qualcuno sarebbero le mie e la lingua sarebbe come lo scotch quando lo tiri, che stacchi il pezzo che t'interessa - così farmi innamorare di màrquez non è stata una grande idea, remedios nella taciturna respirazione delle rose e le crisi epilettiche sbaveranno sulle nostre risate, faremo balsami di saliva e tremori di muscoli, ci farà male la lingua a forza di morderci e di parlare, poi saliremo sul tetto e come in quel film lasceremo volare via le nostre aquile fidate, le nostre aquile con gli artigli tagliati male. spero che nevichi solo quando saremo insieme, la pioggia mi sembra un'adeguata soluzione, come quando i tuoi silenzi mi mettono in punizione per qualcosa che non capisco. ridi, te ne prego. giochiamo a burraco in giardino. facciamo il bagno di notte, nudi o vestiti. guardiamo tanti film e litighiamo per il finale. facciamo la battaglia di atomi con le nostre opinioni. spaccami il culo a battaglia navale. risolviamo un cruciverba. rammendiamo una calza. facciamo legna per l'inverno. saliamo una zuppa. potiamo le cime degli alberi. accarezziamo le code dei gatti. facciamo l'amore solo nei giorni pari. andiamo a messa per ridere seduti in ultima fila. rompiamoci le uova sui capelli. stiamo senz'acqua per una settimana. leggiamoci ad alta voce l'amore ai tempi del colera. prendiamo la febbre. rotoliamo giù dalla collina. ecco l'inizio di una lista più o meno esatta delle cinquemila cose che vorrei fare con te. 

lunedì 19 settembre 2011

231: incendi nei tuoi capelli biondi

se fosse bagnato la metà di quant'è adesso sarebbe un lago. un giorno giocheremo a monopoli erotico e ti spedirò sacchetti rossi dei matrimoni ricolmi di parchi della vittoria e vicoli magellano, e se gli alberghi copriranno i tramonti tu non ti preoccuperai. piove per la prima volta di notte dopo un milione di anni, il nostro modo frettoloso di salutarci fa male come quando butti del sale nelle ferite aperte, e quando fai il geloso non sei sincero e comunque vada la sera sei sempre troppo lontano. cammino per le strade della mia città solo per sentirti vicino. ti chiamo dalle case che hai abitato, ma non con me. in via del canerino non ci sono né gli uccelli bianchi né le molecole dei tuoi capelli, solo due signori che con una scala appendono un cartello giallo con l'affitto e vorrei i tuoi piedi sotto le coperte a scaldare i miei anche quando non c'è freddo. fotografo i cani e gli amanti fortunati, nei miei tarocchi immaginari esce sempre l'impiccato. 

lunedì 8 agosto 2011

230: spadara


quando tu capisci che sono contenta perchè ridendo mi si tirano su gli angoli della bocca e la panoramica dei miei denti fa un sorriso che arriva per telefono e in qualche modo ha un riverbero. quando cerco di afferrare i pesci piccoli sul fondale che guizzano via come i pensieri, come i pensieri, - i pesci guizzano come i pensieri come i tuoi capelli nei miei pensieri come i sogni fatti sui lettini delle case al mare degli altri, come i libri di diritto penale sulle mensole e le cuffie per ascoltare musicassette immaginarie. piccoli omini non capiscono perché le donne non li adorino se vanno in bicicletta cercando vecchi arnesi per ascoltare i beatles, giovani d'oggi con gli occhi tristi parlano piano senza farsi sentire, eserciti di meduse vanno verso riva sovvertendo le regole del mare, il pescespada non si trova mai. 

domenica 31 luglio 2011

229: fevri

qualcosa come programmare le partenze strategiche, insieme, per essere allineati in un punto a caso del grafico. l'iperbole è quando parli ad alta voce nel corso della notte svegliando parenti e televisori - le parabole sono le natiche delle tue donne nude, le mutande che spero ti scalderanno quest'autunno, gli occhi che si allagano o i pneumatici che cedono, l'insofferenza tipica della nostra età. parlo una lingua che potrebbero capire solo gli alberi con le loro chiome alte, le parole che sprechiamo sono versatili per i microfoni, sensibili agli ultrasuoni: le sentono solo i cani. nel frattempo i miei pensieri sono un nastro rosso che qualcuno mi ha tirato fuori dalla gola - si srotola come quel dolce concentrico che vedevamo nelle pasticcerie delle città dove ci siamo amati, dove avremmo preso casa. ogni tanto mi torna in mente la tua schiena che dorme, la tua bocca aperta, i tuoi capelli in disordine. ogni tanto mi viene da pensare che alla fine tutti i nastri verranno riavvolti e ci sarà pietà per questi pettirossi e per questi animali, gli stessi che la vecchia di sopra interroga ancora testarda chiedendo all'aria: non hai capito?

lunedì 18 luglio 2011

228: chiudi gli occhi e immagina una gioia

come per esempio aver voglia di urlare a tutti che vorrei dei bottoni nuovi, anche se poi sicuramente non avrei tempo per usarli. non cambiare mai le abitudini, rimanere nei vecchi posti sentendosi in colpa per averli abbandonati. tu che mi scrivi un messaggio coi tag uguali a quelli che ti ho scritto io una settimana fa (precisa), e la sensazione di umiliazione profonda tutte le volte che si entra in un camerino in netta contrapposizione a quella che avevi avuto prima di uscire di casa, quando ti guardavi allo specchio e la tua voce ti convinceva - i tuoi passi non erano traballanti, le tue vene varicose non ancora sul punto di scoppiare. trattengo tutti gli indizi dell'anticipata vecchiaia (le macchioline, i tagli, le ferite mai rimarginate), i segni nuovi (la ferita di oggi, le crepe che aprono le mani, le parole che funzionano come martellate). le cose che mi succedono questi giorni sono come cumuli di arance sgargianti che metto via, sera dopo sera; come infilare le perle di una collana, e tutto sommato fare un bel mucchietto da guardare ogni tanto sentendosi in diritto di fare un bel falò. vorrei cominciare dai tuoi capelli, quelli con cui inquini ancora oggi questa storia; appiccare il fuoco alle tue doppie punte e all'aspetto trasandato che lasci andare come una traccia che seguirò probabilmente solo io. fa niente. ogni tanto ti invito segretamente sotto le coperte e ti lavo la schiena quando non ci arrivi. alla fine, forse, verremo ricompensati con l'inverno.

giovedì 9 giugno 2011

227: vuole fare l'astronauta



mi piace scegliere libri da mel a ferrara perché si trovano meglio che in qualsiasi altra libreria (anche se non mi è mai piaciuto che i libri in verticale siano tutti piegati a causa della gente che passe e incrina le copertine). mi piace ferrara perché si trovano persone migliori di qui. anche se a volte costruiscono reparti asettici che sì, ingrandiscono ma sì, disperdono: come ci ritroveremo tra gli scaffali nuovi? dov'erano prima le sedici copie del fumetto di manuele fior? perché non abbiamo fatto caso a quel manuale che spiega come rovinarsi la vita? avremmo potuto dare la colpa ad un libro molto tempo fa. l'unica cosa che trovo sensata adesso è affrontare la pioggia per un viaggio meno traumatico di ciò che credevo; dovrei cambiare i tergicristalli da molto, le gommine faticano, la visuale è quasi oscurata. annebbiata, o annacquata. la cosa più sensata che trovo da raccontarti giovedì sera prima della doccia e prima della cena, è che canticchio la tua canzone in macchina. non è importante, è solo una cosa. un'altra cosa è l'odore dell'aglio del ristorante marocchino sotto casa di l. quando la mattina sono da lei. fare i video del temporale. svegliarsi insieme. sentirsi sollevati. mangiare la torta con le ciliegie. stare a fissare per dieci minuti un insetto che ci è caduto dentro. 


mi piace andare a letto tardi e quando il libro che leggo ha un senso e mi accorgo che sarà tutto in discesa. mi piace quando l. parla dei suoi libri e quando mi viene voglia di scrivere anche se poi non lo faccio sul serio. mi piace pensare a come fare le sorprese alle persone e l'odore dolciastro dei tigli che tra pochi giorni sarà già sparito. mi piace quando mi pensi. mi piace parlare di cose che non so, anche se non bisognerebbe mai farlo.  

naziskin, igatti  


 

sabato 28 maggio 2011

226: vaniglia

vorrei che tu mi invitassi al cinema e avere un vestito abbastanza lungo da coprirmi le ginocchia e non vergognarmi delle vene che si vedono, della pelle bianca, del fatto che non so sorridere. quando dicono che per volere bene a qualcuno dovresti pensare se finiresti mai insieme a suddetto qualcuno una vaschetta di gelato, penso a ieri quando volevo dirti che sarebbe bello entrare in una gelateria e fare a pallate. pensavo al gusto fragola, ma ero evidentemente trasportata da una canzone. a me in generale il gusto fragola non piace. nemmeno il gusto limone e le persone che per dire sì ci mettono più di tre secondi. non mi piacciono i logici e i matematici e le cose razionali, non mi piacciono i cetrioli e tante altre cose tra cui i tempi dilatati, le negazioni, il trattenersi e le righe verticali. non mi piace quando non ci sei. non mi piace nemmeno quando il treno fa ritardo, o le persone mi guardano i piedi, o gli occhi che si infilano nel camerino proprio dove la tenda si è un po' aperta; lo sguardo di disapprovazione della commessa per la biancheria che porti e le commesse magre nei negozi di taglie forti o le cose assurde del mondo, tipo i sandali con i calzini, la gente a cui non piacciono paolo nori e calvino e mi fa ridere pensare che tu sia una di queste. (ho dimenticato di dire che non mi piacciono nemmeno le persone che trovano triste, o noioso, o banale o sopravvalutato il sesso. non credo di potermi abituare a questo concetto, diversamente dai precedenti.)