giovedì 19 febbraio 2009
18: sorridevo tanto a vasco brondi anche se lui non ne capiva il motivo
e sorridevo tanto a vasco brondi anche se lui non ne capiva il motivo, e ovviamente non ricambiava. come quando andavamo in moto sulla superstrada e dentro al casco l'aria mi faceva frustare il viso dai capelli. i carabinieri sul vagone del treno che da arezzo mi riportava a casa, che mi dicevano di tener giù i piedi dai sedili come se avesse importanza, come se qualcuno volesse bene a questi stupidi treni. questi stupidi treni che ci hanno sballottati su e giù per quest'italia sconvolta, e abbandonati e allontanati con delle scuse sempre meno valide, e le arterie ferroviarie che ci hanno spaccato quelle cardiache, mentre mi baciavi la punta del naso e quella volta che. quella volta che siamo andati a firenze invece di frequentare le nostre rispettive università e io fotografavo le biciclette sotto una luce solare che nemmeno la reflex sarebbe riuscita a portare via. quella volta che nel vagone ci sedevamo a turno sulle ginocchia dell'altro e tu guardavi le universitarie che rincasavano di pomeriggio tardo, quella volta che abbiamo trovato i cento euro per terra il giorno dei miei diciannove anni e ci sembrava di essere ricchi, ricchi.
mercoledì 18 febbraio 2009
16: poco
mi raccontavi di aver tirato via quello che rimaneva del ragazzino di quindici anni che siera suicidato sotto al treno prima di natale. mi raccontavi di aver preso le sue braccia dalla stretta del ferro, mentre tranquillo bevevi il tuo cioccolato al pistacchio. quando ti ho domandato che fine avessero fatto le tue lacrime, e tu mi hai detto che nessun altro ci sarebbe andato, se non l'avessi fatto tu. e il regalo di natale me l'avevi incartato in un pacchetto con la fantasia a righe sottili neri e marroni di carta riciclata. c'era un fiocco rosso solo, in cima. la bellezza dei colori mi commuoveva. e mi dicevi che i veri cinefili stanno nella fila di mezzo, così possono prendere appunti. e soprattutto, stendere i piedi. e fare al cinema quello che avremmo fatto a casa nostra. e discutere della nostra sceneggiatura in macchina, mentre guidavi per portarmi a casa. non ti facevano per niente gli ottantanove chilometri ingoiati con la tua macchina diesel. poi mi facevi le battute sessuali, chiaramente volevi scoparmi in macchina. e quando parlavamo delle cose spinte ridevi eccitandoti. camminare per arezzo di sera e andare ai musei chiusi. la piazza dove hanno girato la vita é bella, che è ancora soffocata dai lavori.
martedì 17 febbraio 2009
15: carne
le dita che pigiano forte sulla tastiera del portatile come avrebbero dovuto pigiare sulla tua carne. la carne é un concetto che non mi viene facile spiegare. gli indirizzi delle copisterie che hai urlato delirando prima di addormentarti ubriaco. e incontriamoci nella rilegatoria dove lavori, baciamoci sotto le lampadine a basso consumo, prendiamo la maturità insieme una seconda volta. che quella sera guidavo sotto la pioggia e pensavo che ti avrei cantato questa canzone, di cui so tutte le parole. perché quelle che mi chiedevi tu non le sapevo mai. boh, poi, semplicemente, non ci siamo sentiti più e non te l'ho più cantata.
14: sgradeviole
insomma scrivevo a te perché mi sembravi l'unica persona degna di sapere che quel giorno di settembre dei miei cinque anni ero caduta sbucciandomi le ginocchia. della casa di barbie crollata sotto il peso dei miei genitori in litigio. analizzare per interi quarti d'ora le molecole dell'acqua, stupendoci per la reazione chimica dell'erba bagnata dalla pioggia. i poliziotti alle sei e mezza del pomeriggio, nel vagone del treno regionale, che mi dicevano di mettere giù i piedi dal sedile, mentre scrivevo per te e di te. parole che alla fine dovevo consegnarti per i tuoi ventitré anni. e ho ancora voglia di farti un disco. di scrivere a mano tutte queste parole sfilacciate fino a farmi dolere i tendini, quelli critici. il callo della scrittura sul mio dito medio, alla mano destra. i segni del mio persistere, i tuoi capelli che ti prego di non tagliare mai. e le cuffie della sony che mi mandano i radiohead patetici ad urlare questa canzone che dice che insomma, sì, tu sei così speciale, e io sono così sgradevole.
lunedì 16 febbraio 2009
13: goethe e shopenauer non avevano mai immaginato dove si potesse arrivare maneggiando abilmente i colori complementari
e lavavo la macchina quel sabato di gennaio, mentre ci scrivevamo gli sms a raffica a distanza di venti secondi l'uno dall'altro e non riuscivo a fare niente come si doveva fare. i tuoi tentennamenti e io che in ogni caso mettevo a posto, perché non si sa mai. il disco che volevo farti è rimasto un progetto su carta sbiadita, persa tra gli appunti di cinema e truffaut. che dovevamo andare a vedere vasco brondi, poi tu hai dato buca. che mi hai detto "ho fatto l'amore con lei con la testa a duecento chilometri da qui". che ci smembreranno, questi maledetti dottori. che ci vogliono fottere, questi maledetti dottori. e con la mia gonna salita sulle ginocchia ho ascoltato il suo respiro dicendomi che quel disco dovrei fartelo comunque tanto per farti sentire di merda. chiamarlo l'odore delle rose, come avevo deciso. scoparsi. prostituirsi. tra le salite di questa città e i nostri sguardi in sincrono che comunque vanno nella direzione della casa di meredith. e remo croci chissà come fa l'amore con sua moglie, che il tigìcinque ci manda sempre lui. insomma, mi sembra un po' ridicolo risparmiare sui termosifoni mentre il termometro di pixel mi annuncia che perugia sente freddo sotto i suoi -5 gradi.
domenica 15 febbraio 2009
12: inventerei un aspirapolvere al contrario per inventare il vento ogni volta che t'incontro
le mani gelide che non riescono a svernare. tipo il mio specchio che sembra un sole esploso e tutte le volte che ci siamo dimenticati il preservativo. succedeva abbastanza spesso. penso che dovremmo telefonare a tua madre e dirle di non preoccuparsi se per adesso non ce l'abbiamo fatta ad amarci e stare insieme. penso che vorrei essere i libri che ti sono passati tra le mani e che hai rilegato sotto le lampadine della classe operaia e gli spiccioli e le battaglie contro il tempo. i nostri lavori part-time per pagarci giusto le birre e la benzina. e non per prendere i treni. e mi iscrivo ad un gruppo rivoluzionario per far saltare in aria le ferrovie dello stato, aggrappandoci a questi vent'anni telecomandati. coi tuoi silenzi tipici, quelli che facevi saltare fuori quando dicevamo qualcosa di talmente strano che ci colpiva. forte. dietro la nuca. e cadevamo svenuti, per le nostre stesse parole. e ci ascoltavamo i polmoni, come quella volta che non dicevi niente, ti ho chiesto che stessi facendo e mi hai detto che volevi capire come respiravo. non capivamo un cazzo di cos'eravamo e di chi eravamo l'uno per l'altra, però volentieri ti avrei regalato un braccialetto di corallo. mi comprerei, se avessi i soldi, le ferrovie italiane e ti darei dei treni senza più fermate.
11: chi se ne frega se ci stride il cuore
le cose che abbiamo creduto se ne stanno sedute sulle mensole che devo ancora appendere. quel giorno che ho riverniciato le pareti, ad ottobre, di quel viola abbastanza malinconico che ti sarebbe piaciuto, il letto era una'isola solitaria in mezzo alla stanza fredda, coi mobili tutti ammassati al centro e le telefonate fino al mattino che ci facevamo mentre sentivano freddo tutti miei seicentocinquantasei muscoli. poi le mura si sono asciugate ma comunque devo ancora appendere il poster dei tre allegri ragazzi morti. il nostro amore stile ikea che non abbiamo avuto il coraggio di montare. e tutte le illusioni e le liquidazioni di un minuto su facebok e la mia laurea specialistica sul travisare le cose e il bisogno di e questa tristezza lenta che mi sgocciola dentro le orecchie. i pensieri che andranno per tutt'altra strada. poi, fondamentalmente, chi se ne frega.
sabato 14 febbraio 2009
10: come effetto collaterale ci siamo innamorati
l'omertà dei farmacisti che ci permettevano di perdere i figli così facilmente mi faceva male. la coda di otto persone davanti la mattina di inizio gennaio, mentre i vent'anni se ne andavano via con gli assorbenti sporchi e i liquidi seminali. quando ci siamo rivisti eravamo tutti e due un po' imbarazzati, come le mani di mattia sul volante mentre guidavamo verso il pronto soccorso, l'ultimo giorno dell'anno. il vestito nero indossato lentamente, la sera di capodanno. ti arrabbiavi per quelli che volevano decidere la nostra vita, contemplando gli stracci che facevano da foglie ai rami degli alberi sulla riva del tevere a roma. questa sottospecie di amore che non ha ancora preso la patente. alla fine nessuno ha deciso per noi, la nostra vita ce la siamo ritagliata da avanzi precedenti di carta sbiadita. e gli orgasmi sono morti e sepolti in mezzo alle mie ginocchia. il mal di stomaco parla dei tuoi dentini dentro al sorriso, di quando mi guardavi dietro al vetro del bar di pomeriggio e non dicevi proprio un cazzo. facevamo a gara per chi rideva prima. e chi rideva prima, perdeva. il nostro farmacista di fiducia l'ho incontrato che usciva dal teatro, qualche settimana fa. dopo l'enrico IV teneva la bocca nel cappotto. non vedo per te l'utilità di conoscere tutti i dettagli, dice il film su sky che si stanno bevendo i miei.
venerdì 13 febbraio 2009
10: che non si può baciare da una distanza continentale
poi nevica. e non ti ho mai sentito leggere le tue robe dal moleskine di cui eri tanto geloso. gli addetti alla manutenzione del buonumore che sono in cassa integrazione e gli esperimenti culinari di mia madre servono a sfogare la sua inquietudine. che poi li sento scopare alle sei e mezza del mattino mentre cade la neve. si dovrebbe stare sotto lo stesso piumone, quello comprato a nove euro e novanta alla coop. ci sono almeno un miliardo di respiri che quando nevica se ne stanno zitti, e gli animali piccoli, e i miei cuscini con le federe a righe celesti e verdi e gli esami che non riusciremo a dare e il calendario delle lezioni. i diaframma, i lombroso, i gruppi che andremo ad ascoltare in primavera. quando dicevi "io non voglio che finisca" e sembravi fare sul serio. sì, insomma, piuttosto sul serio.
giovedì 12 febbraio 2009
8: ma perché non rimani con me
quando ascolto il testo di dopo la festa mi viene da piangere. e ripenso a quella volta che ancora non guidavo e ho visto il cane gettato dal finestrino sull'autostrada del sole. come guardava per una frazione di secondo il posto dove era capitato e attonito stava a farsi schiacciare le vertebre nel giro di un secondo. come quando mi sento quel cane e sei tu ad aver aperto il vetro. e le mie costole schiacciate tengono ancora come ricordo i tuoi capelli impigliati all'elastico, quelli tirati via per forza e per egoismo. quando sento la mancanza dei treni e dei loro ritardi così puntuali. ma perché non rimani con me, fino al dolce domani con me. ma perché mi abbandoni così sulla sponda mentre sento freddo. poi ti prometto che un giorno ci vediamo a bologna e facciamo contento brizzi dicendoci le stesse cose che si dicevano alex e aidi.
mercoledì 11 febbraio 2009
7: ti ho lasciato un post it colorato che dice non mi dimenticare
piangere e ridere insieme a jean cocteau mentre le poste fanno i capricci e gli addetti dell'anas ci modificano le strade. tutti i tumori che ho dentro, che non scoprirò mai in tempo. e quella volta che parlavi a citazioni e io facevo finta di niente, quel giorno di settembre atroce che ci siamo conosciuti, tutti i ventidue che non sono stati rispettati perché da festeggiare non c'è niente. tue cartoline sempre più brevi, da un posto che non mi ricordo. e tu che trovi sempre altri centomila cose da pensare prima di pensare a me.
lunedì 9 febbraio 2009
5: fottute fotomodelle
con grandissima probabilità non vedrai il mio invito prima dei ventisette anni, quando io sarò diventata una commessa alla coop e tu magari lavorerai nell'officina di tuo padre. i nostri sogni si sono disinfettati dopo essere caduti sul prato del parco pieno di tossici. insisto a dire che non era il finale che speravo per noi due. come se noi due poi fosse una cosa unica, tipo le offerte al supermercato. comprami. con la stessa testardaggine col quale si voleva far curare giovanni lindo ferretti. i nostri cantanti preferiti stanno morendo tutti, come il brano de los fastidios che mi hai mandato quella sera che, dicevi, volevi solo andare a sbatterti e ballare per non pensare. la stessa notte che poi ti ho raccontato della morte del mio cane. e tu mi hai detto che i miei racconti non sono mai allegri. e quella volta che aspettavi che ti raccontassi per forza qualcosa, mentre io ero sotto la doccia che singhiozzavo giusto per una tua scopatina di passaggio.
4: il giovane holden ha freddo
anche alzare un telefono ci sembra una cosa scomodissima e lontana da noi. ho in mente di comprare il giovane holden da millenni e di chiamarti perché devo dirti che acebook ci ostracizza molto selvaggiamente e non riesco nemmeno a ripondere a un paio di messaggi facili. e tu dici di non aver paura degli ecomostri, tu dici che i miei messaggi sconclusionati meritano risposta, tu dici di sentirti di merda, e dici di dovermi tutto quando io instisto che non mi devi niente. sono abbastanza e dico abbastanza sicura di essermi innamorata di te. e certa che questo sia un particolare ininfluente, vista l'urgenza di svevo e pirandello che cercano disperatamente di richiamare la mia attenzione.
martedì 3 febbraio 2009
3: non devi essere niente
che poi alla fine non é vero che i nostri professori della maturità ci volevano bene, e adesso non sono realmente contenti di rivederci. hai detto: l'amore é morto, morto, morto, e di una morte orribile. e luca diceva che "con me non devi essere niente" é la dichiarazione d'amore più bella che abbia letto o ascoltato negli ultimi diec'anni. quando mancano pochi giorni agli esami sento ancora parlare di silvia, delle volte che piangeva e delle cose che dice adesso. camminare sul tufo bagnato del centro e pensare ai sogni che faccio ancora. che non ho mai saputo che lei volesse fare giornalismo, dopo avermi conosciuta. solo per avermi conosciuta. che nessuno di noi sapeva niente degli altri. e ora siamo andati spaccati. lontani, lontanissimi. tutti.
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