insomma scrivevo a te perché mi sembravi l'unica persona degna di sapere che quel giorno di settembre dei miei cinque anni ero caduta sbucciandomi le ginocchia. della casa di barbie crollata sotto il peso dei miei genitori in litigio. analizzare per interi quarti d'ora le molecole dell'acqua, stupendoci per la reazione chimica dell'erba bagnata dalla pioggia. i poliziotti alle sei e mezza del pomeriggio, nel vagone del treno regionale, che mi dicevano di mettere giù i piedi dal sedile, mentre scrivevo per te e di te. parole che alla fine dovevo consegnarti per i tuoi ventitré anni. e ho ancora voglia di farti un disco. di scrivere a mano tutte queste parole sfilacciate fino a farmi dolere i tendini, quelli critici. il callo della scrittura sul mio dito medio, alla mano destra. i segni del mio persistere, i tuoi capelli che ti prego di non tagliare mai. e le cuffie della sony che mi mandano i radiohead patetici ad urlare questa canzone che dice che insomma, sì, tu sei così speciale, e io sono così sgradevole.
Non sei una creep. Al massimo weirdo. Fuckin' special, weirdo.
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