lunedì 27 luglio 2009

106: aprirò un bar


ho smesso di studiare, ho smesso di leggere, ho smesso di andare a letto tardi, ho smesso di prendere il treno. le cose che prima guardavo dal finestrino, adesso sono diverse. ho in mente ancora tutto il ghiaccio di quel martedì che ha grandinato nel tragitto facoltà-stazione, quando ti chiedevo di baciarmi e tu cercavi di lasciarmi (al telefono). ho in mente le mie converse piene d'acqua che hanno sopportato l'autunno, l'inverno, l'incerta primavera e nonostante la fodera si stia staccando e i buchi, stanno sopportando anche l'estate. questo perché non so perdere le cose, mi mette pensiero avviare un paio di scarpe nuove, vorrei comprarle già con la forma del mio piede, abituate. ho smesso di avere paura di mettere il costume, magari la gente mi guarda ancora, ma non mi sembra di scivolare granché mentre ti porto per mano verso l'acqua, il che é un grande progesso. ho inziato ad occuparmi di una cosa sola, il che non é sempre divertente. ho perso sicuramente qualche grado, anche se fingo di no. ho imparato a non avere paura di parlare al telefono con persone sconosciute, ti ho sentito dire che se continuerò così per altri dieci anni, ci sposeremo. e nonostante gli imbarazzi e le grida e le cose che ancora non riesco a capire, ad accettare ed ammettere, nonostante le tue valigie per torino, e la continua ricerca di denaro, e le canzoni che fanno ancora male, sono contenta di aver parlato al telefono con te quella sera. sono contenta di non essere stata tranquilla. una cosa che non avevo ancora mai fatto con i libri, era misurarli con il righello. quando si tratta di preoccuparsi delle cose degli altri, a casa mia vige l'omertà (tipo: dov'è il metro? non lo so, e magicamente dopo mezz'ora qualcuno ce l'ha in mano). comunque, quando capirò che i miei fermalibri non fermano realmente i libri, sarà sempre troppo tardi.



patient one, yuppie flu

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