martedì 8 giugno 2010

217: con tutte le carte del mazzo sfuggite di mano

non mi offendo più se non parli di me: penso che le cose, così come le persone, passano, ed è giusto e inevitabile e alla fine dei conti fa anche bene. così spaccherai in due il cocomero della nostalgia con la lama salata dell'attesa, aver aspettato e aver creduto che avremmo fatto un unico e non l'abbiamo fatto. oggi, io e te, siamo un'equazione un po' improbabile che si regge in piedi imparando a camminare. ho un gatto schizofrenico che ho chiamato nietzsche, che probabilmente non resisterà all'inverno di quest'estate, al freddo caldo dei giorni, all'equilibrio, alle scelte e alle direzioni. a quest'ora potevamo essere due pomodori pelati che sguazzavano nel soffritto dei nostri umori, potevamo buttare la pasta dei tuoi capelli, fare un sughetto coi sogni i desideri le cose folli e un po' porche dette all'orecchio sussurrate candidamente come due allievi del conservatorio che presto subiranno il peso dell'ostia. dammi il tuo pane quotidiano, dammi l'uva della strada del vino: oggi ti ho visto in ogni cosa che ho, in ogni cosa che so, nel sangue e nelle piastrine bianche - che qualcuno, stupidamente, si ostina a chiamare globuli; oggi ho realizzato la distanza come un nastro, e a questo nastro io farò un fiocco - o se permetti due, e ricorderò solo il buono, me e te che mangiamo pezzi di pizza riscaldati vicino ad una fontana che perde coi piccioni affamati della nostra carne, della nostra carne santa, o quando ripeti una frase che prima di incontrarti non amavo particolarmente e alla quale credevo meno di adesso. io e te, che attoniti guardiamo gli sconti einaudi del venticinque percento accarezzando tutti i libri, sbavando su tutti i titoli.

casa mia, perturbazione

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